Marco Tronchetti Provera e la Cina

Marco Tronchetti Provera e la Cina

Il mercato cinese: una nuova El Dorado per il Made in Italy

Sin dalla fine degli anni ’90, la Cina ha iniziato un virtuoso percorso che in poco tempo l’ha portata a diventare una delle economie più solide e promettenti a livello globale. A cavallo fra gli anni ’10 di questo secolo, in realtà, nessun’altra economia mondiale poteva dirsi altrettanto robusta e in crescita come quella cinese.

Le ragioni di una tale ascesa sono presto dette, e facilmente intuibili: disponibilità territoriale praticamente sterminata, manodopera a basso costo, sviluppo tecnologico e abile sfruttamento delle nuove politiche di mercato figlie della globalizzazione. Dapprima furono pochi lettori MP3, fotocamere e altri strumenti tecnologici dalle scarse qualità tanto da essere definiti (con valore spregiativo) “cinesate”.

Ma in breve tempo la Cina ha compreso di poter competere anche nel mercato dei prodotti di alta gamma, e oggi infatti alcuni di questi vengono realizzati proprio nella Terra del Dragone. Un nome su tutti: Huawei, casa produttrice di smartphone per tutte le fasce di prezzo i cui maggiori azionisti sono proprio gli operai che vi lavorano.

Un tale sviluppo non poteva passare inosservato agli occhi dei manager italiani, che proprio a partire dagli albori del terzo millennio hanno iniziato a guardare con sempre maggiore interesse al mercato orientale, delocalizzando e aprendo nuove sedi in Cina.

Pirelli: pioniera dell’Italia in oriente

Pioniera in tal senso è stata proprio la Pirelli che – guidata da Tronchetti Provera – nel 2005 apriva una fabbrica di pneumatici radiali per autocarri nella regione dello Shandong. Al momento della sua apertura l’azienda impiegava 750 lavoratori locali che producevano circa 1,2-1,5 milioni di pneumatici all’anno.

Obiettivo dichiarato del manager milanese Tronchetti Provera era quello di conquistare una quota di mercato pari al 3% del totale locale, avvalendosi della comprovata strategia di realizzare prodotti dai locali per i locali. Strategia che è risultata vincente: da lì a breve sarebbe infatti scoppiata la guerra dei dazi con gli Stati Uniti (altro paese in cui Pirelli investe da anni), e un’ottica troppo internazionalista avrebbe fortemente penalizzato l’ascesa della casa dalla lunga P in Cina. In questo modo, invece, le aziende cinesi hanno continuato a produrre per i cinesi, quelle americane per gli statunitensi.

Una mossa lungimirante, che avrebbe aperto la strada almeno a due momenti importanti della storia dell’imprenditoria italiana. Il primo è stato l’aumento del nascituro appeal di altre aziende italiane per il mercato cinese: nel 2015 capitali italiani contribuivano alla compartecipazione di 1250 aziende cinesi, le quali in totale arrivavano a fatturare 18.000 miliardi di euro.

Il secondo è stato la nascita di quel circolo virtuoso che in meno di 10 anni è risultato nell’acquisizione di Pirelli da parte dei cinesi di ChemChina, azienda nazionalizzata cinese che ha dato a quella italiana la consacrazione finale a livello internazionale.

Prospettive future

Tuttavia, non bisogna commettere l’errore di pensare che Tronchetti Provera abbia voluto svendere una delle icone dell’imprenditoria italiana ai cinesi. Al contrario.

Il manager milanese è ancora un membro di riferimento del board della trasformata azienda, che nel frattempo ha ulteriormente raffinato il proprio organigramma affidandosi a imprese locali specializzate nella produzione di pneumatici di categorie specifiche. Nella fattispecie, citiamo innanzitutto Prometeon, specializzata nella e commercializzazione di pneumatici per autoveicoli agricoli, autobus e tir. A questa si è recentemente affiancata Aeolus, già quotata alla borsa di Shangai dal 2003 e leader di settore in Cina nella produzione di gomme TBR /OTR / ROTR / PCR.

Il connubio che unisce Marco Tronchetti Provera e la Cina, dunque, ha radici ultradecennali, e nel frattempo è stato in grado di rafforzarsi e migliorarsi, portando di conseguenza Pirelli a ricavarsi fette di mercato in una delle zone più fiorenti dell’intera economia mondiale.

Ma il manager meneghino è anche ben consapevole dell’importanza, per il Made in Italy, di mantenere intatta le propria identità: non a caso ha recentemente dichiarato che sia la sede che la governance del marchio lombardo rimarranno italiani per sempre, perché così vuole lo statuto e come tale andrà rispettato. Non c’è neanche il rischio di una vendita “sottobanco” del know how e della tecnologia, in quanto per effettuarla sarebbe necessario ottenere il 90% dell’assenso del capitale.

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