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Come funziona la comunicazione in Cina?

Come funziona la comunicazione in Cina?

Viviamo in Italia, e noi italiani siamo abituati a comunicare con gli altri servendoci del nostro telefono. Lo facciamo tramite varie applicazioni, o Social Network, ma anche tramite applicazioni di messaggistica istantanea, come possono esserlo Whatsapp o Telegram.

Quanti di voi dipendono dal proprio cellulare per comunicare con gli altri? Oggi è importantissimo avere un profilo social e, per quanto si possa disquisire o meno sulla gravità di questa affermazione, non possiamo ignorare che tutti ne dipendiamo.

Ma come funzionano le comunicazioni in Cina? Forse non sapete perché ci stiamo ponendo questa domanda. Qualche tempo fa, molti quotidiani diffusero la notizia che in Cina i principali Social Network occidentali fossero stati bloccati dal governo cinese. Fake News? No, triste e cruda realtà.

Anche in questo caso, potremmo disquisire o meno della decisione del governo cinese e appellarci alla libertà di espressione. Ora, tuttavia, ci preme spiegarvi quali sono i Social e i Servizi disponibili in Cina e come comunicano tra di loro i cinesi, cercando anche di fare il confronto con un’agenzia di comunicazione tipica Italiana.

Social Network e messaggistica istantanea: cosa è permesso e cosa no

La comunicazione in Cina è ovviamente permessa, almeno in parte. I principali servizi di messaggistica istantanea e i Social Network, tuttavia, sono stati bloccati, soprattutto gli stranieri.

Ecco una lista di Social e servizi che non si possono assolutamente utilizzare in Cina e che sono considerati illegali.

  • Weibo: è il Social che ricorda il “nostro Twitter”. Weibo si può utilizzare tranquillamente, mentre Twitter è stato bloccato;
  • Snow: questo Social ha le stesse funzioni di Snapchat ed è stato realizzato in Corea. Tuttavia, l’utilizzo di Snapchat è illegale;
  • Facebook e Instagram: noi occidentali non possiamo proprio fare a meno, ormai, di questi Social. Be’, in Cina devono farlo, perché sono stati entrambi bloccati e resi illegali dal governo cinese;
  • Whatsapp: il servizio di messaggistica istantanea è uno dei migliori e offre servizi molto competitivi. In Cina, tuttavia, dalla fine del 2017, è stato bloccato;
  • WeChat e QQ: in Occidente, questi servizi sono veramente molto poco utilizzati, ma in Cina sono tra i più popolari. Infatti, non hanno restrizioni e, anzi, la comunicazione in Cina avviene quasi esclusivamente su WeChat.
Marco Tronchetti Provera e la Cina

Marco Tronchetti Provera e la Cina

Il mercato cinese: una nuova El Dorado per il Made in Italy

Sin dalla fine degli anni ’90, la Cina ha iniziato un virtuoso percorso che in poco tempo l’ha portata a diventare una delle economie più solide e promettenti a livello globale. A cavallo fra gli anni ’10 di questo secolo, in realtà, nessun’altra economia mondiale poteva dirsi altrettanto robusta e in crescita come quella cinese.

Le ragioni di una tale ascesa sono presto dette, e facilmente intuibili: disponibilità territoriale praticamente sterminata, manodopera a basso costo, sviluppo tecnologico e abile sfruttamento delle nuove politiche di mercato figlie della globalizzazione. Dapprima furono pochi lettori MP3, fotocamere e altri strumenti tecnologici dalle scarse qualità tanto da essere definiti (con valore spregiativo) “cinesate”.

Ma in breve tempo la Cina ha compreso di poter competere anche nel mercato dei prodotti di alta gamma, e oggi infatti alcuni di questi vengono realizzati proprio nella Terra del Dragone. Un nome su tutti: Huawei, casa produttrice di smartphone per tutte le fasce di prezzo i cui maggiori azionisti sono proprio gli operai che vi lavorano.

Un tale sviluppo non poteva passare inosservato agli occhi dei manager italiani, che proprio a partire dagli albori del terzo millennio hanno iniziato a guardare con sempre maggiore interesse al mercato orientale, delocalizzando e aprendo nuove sedi in Cina.

Pirelli: pioniera dell’Italia in oriente

Pioniera in tal senso è stata proprio la Pirelli che – guidata da Tronchetti Provera – nel 2005 apriva una fabbrica di pneumatici radiali per autocarri nella regione dello Shandong. Al momento della sua apertura l’azienda impiegava 750 lavoratori locali che producevano circa 1,2-1,5 milioni di pneumatici all’anno.

Obiettivo dichiarato del manager milanese Tronchetti Provera era quello di conquistare una quota di mercato pari al 3% del totale locale, avvalendosi della comprovata strategia di realizzare prodotti dai locali per i locali. Strategia che è risultata vincente: da lì a breve sarebbe infatti scoppiata la guerra dei dazi con gli Stati Uniti (altro paese in cui Pirelli investe da anni), e un’ottica troppo internazionalista avrebbe fortemente penalizzato l’ascesa della casa dalla lunga P in Cina. In questo modo, invece, le aziende cinesi hanno continuato a produrre per i cinesi, quelle americane per gli statunitensi.

Una mossa lungimirante, che avrebbe aperto la strada almeno a due momenti importanti della storia dell’imprenditoria italiana. Il primo è stato l’aumento del nascituro appeal di altre aziende italiane per il mercato cinese: nel 2015 capitali italiani contribuivano alla compartecipazione di 1250 aziende cinesi, le quali in totale arrivavano a fatturare 18.000 miliardi di euro.

Il secondo è stato la nascita di quel circolo virtuoso che in meno di 10 anni è risultato nell’acquisizione di Pirelli da parte dei cinesi di ChemChina, azienda nazionalizzata cinese che ha dato a quella italiana la consacrazione finale a livello internazionale.

Prospettive future

Tuttavia, non bisogna commettere l’errore di pensare che Tronchetti Provera abbia voluto svendere una delle icone dell’imprenditoria italiana ai cinesi. Al contrario.

Il manager milanese è ancora un membro di riferimento del board della trasformata azienda, che nel frattempo ha ulteriormente raffinato il proprio organigramma affidandosi a imprese locali specializzate nella produzione di pneumatici di categorie specifiche. Nella fattispecie, citiamo innanzitutto Prometeon, specializzata nella e commercializzazione di pneumatici per autoveicoli agricoli, autobus e tir. A questa si è recentemente affiancata Aeolus, già quotata alla borsa di Shangai dal 2003 e leader di settore in Cina nella produzione di gomme TBR /OTR / ROTR / PCR.

Il connubio che unisce Marco Tronchetti Provera e la Cina, dunque, ha radici ultradecennali, e nel frattempo è stato in grado di rafforzarsi e migliorarsi, portando di conseguenza Pirelli a ricavarsi fette di mercato in una delle zone più fiorenti dell’intera economia mondiale.

Ma il manager meneghino è anche ben consapevole dell’importanza, per il Made in Italy, di mantenere intatta le propria identità: non a caso ha recentemente dichiarato che sia la sede che la governance del marchio lombardo rimarranno italiani per sempre, perché così vuole lo statuto e come tale andrà rispettato. Non c’è neanche il rischio di una vendita “sottobanco” del know how e della tecnologia, in quanto per effettuarla sarebbe necessario ottenere il 90% dell’assenso del capitale.

La comunità cinese in Italia

La comunità cinese in Italia

La comunità di cinesi in Italia è cresciuta rapidamente negli ultimi dieci anni. Le statistiche ufficiali indicano che ci sono almeno 320.000 cittadini cinesi in Italia, anche se queste cifre non tengono conto dell’immigrazione clandestina, degli ex cittadini cinesi che hanno acquisito la cittadinanza italiana e degli italiani di origine cinese.

Secondo un’analisi risalente al 2010 condotta dal CESNUR e dall’Università di Torino nella comunità cinese del capoluogo piemontese, il 48% dei cinesi è donna, il 30% minore di 18 anni.

La maggior parte dei cinesi in Italia – e la quasi totalità della comunità di Torino – provengono dalla provincia sud-est di Zhejiang, in primo luogo dalla città di Wenzhou. La comunità di Torino è la più giovane rispetto ad altri insediamenti cinesi in Italia e dipende dalla comunità di Milano.

La storia tra cinesi ed Italia non è stata sempre di calma e tranquillità, come ad esempio quando nel 2007 alcuni cinesi protestarono per le strade di Milano a causa di eccessiva discriminazione, secondo loro, mentre lo stesso anno la città di Treviso ha ordinato ai negozi cinesi di togliere le lanterne fuori perché “troppo orientali”.

Ci sono poi alcune realtà, come quella di Prato, in Toscana, in cui la comunità cinese entra in diretto contrasto con quella italiana, a causa di un’eccessiva concorrenza professionale, nello specifico nel settore tessile. La città toscana ha, tra l’altro, la più grande concentrazione di cinesi in Italia e in tutta Europa, oltre che la seconda più numerosa comunità cinese in Italia dopo quella di Milano.

Secondo uno studio del CESNUR, è emerso che il 31,6% dei cinesi in Italia è buddista, anche se sembra che molti di meno rispetto al totale abbiano un’identità buddhista cosciente e praticante. In totale, circa un quarto della comunità cinese rispetta la “religione cinese” e solo l’1,1% è taoista. La comunità cristiana cinese invece è pari al 8% circa del totale, di cui il 3,6% cattolici, il 3,3% protestanti e l’1,1% Testimoni di Geova.

Tra le città in Italia dove c’è, ancora oggi, maggiore presenza di comunità cinese troviamo Milano, Prato, Roma, Torino e Firenze. Numeri meno importanti si hanno a Napoli, Venezia e Genova.