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Investire in Cina: Pro e contro

Investire in Cina: Pro e contro

La prospettiva di investire in Cina è mista: mentre i rendimenti dei dividendi azionari sembrano attraenti, alcuni gestori di fondi richiedono il livello di intervento del governo. L’inizio dello scorso anno è stato segnato da un crollo del mercato azionario cinese in seguito all’aumento dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve negli Stati Uniti. La Cina non sembra più essere il centro delle preoccupazioni degli investitori, essendo essi distratti dalle incertezze politiche nel mondo occidentale.

Infatti, il paese orientale ha guidato il rally dei mercati emergenti nei mesi scorsi. Quale visione dovrebbero aspettarsi gli investitori nel corso di questo 2017? E cosa a partire dal 2018?

Pro: i dividendi delle azioni cinesi dovrebbero aumentare

La Cina sarà una destinazione interessante per gli investimenti in futuro, innescati dalla crescente domanda di rendimenti all’interno della regione e da un’economia più stabile, secondo gli esperti di settore.

Negli ultimi cinque anni, quando i tassi di interesse nel mercato occidentale sono scesi, gli investitori sono andati a scegliere delle classi di asset diversi nella ricerca del giusto rendimento. Questa pressione degli azionisti ha portato le aziende a corrispondere dividendi più alti. Ora, delle dinamiche simili stanno emergendo in Cina, e presto potremo vedere un taglio del tasso di interesse. Questo porterà gli investitori a guardare a diverse opportunità e la crescente domanda di redditi comporterà un incremento dei dividendi.

Un’altra cosa buona della Cina è che è molto difficile per gli investitori locali investire al di fuori del mercato locale, il che limita la destinazione d’investimento, aumentando ulteriormente la domanda.

La quantità enorme di denaro che si trova nei conti di risparmio in Cina alimenta la fiducia in prospettiva di un investimento. In Cina i risparmi sono pari a 21 trilioni di dollari, mentre negli Stati Uniti si parla di circa 11 trilioni di dollari risparmiati, poco più della metà.

Il risparmio in Cina rappresenta il 204% del suo PIL, ovvero una quantità enorme di denaro. I cinesi hanno diverse abitudini di risparmio rispetto a quelle degli Stati Uniti. In termini reali, se tale quantità di denaro venisse mobilitata verso il mercato azionario, vedremo una storia molto interessante.

Contro: il rallentamento economico colpisce anche la Cina

Il rally dell’economia cinese è in calo, e la preoccupazione è che, a lungo termine, il paese potrebbe andare nella direzione sbagliata. Sappiamo che la Cina è vulnerabile ed è molto difficile sostenere la crescita a livelli visti negli ultimi decenni. Vedremo un rallentamento pluriennale della crescita cinese nel lungo periodo.

Il paese ha continuato a fare affidamento sugli stimoli di governo creando nuovi debiti per soddisfare i propri obiettivi di crescita economica. Dalla crisi finanziaria mondiale nel 2008, il debito totale della Cina è quadruplicato al 250% del PIL.

Questo potrebbe pesare, alla lunga, sulle aziende e sull’economia del paese.

E’ sicuro investire in Cina oggi?

Come in ogni cosa quando si parla di investimenti azionari, non è possibile parlare di sicurezza in alcun modo. Il rischio di perdere il denaro che si è investito è concreto e bisogna tenere sempre presente questa cosa, pertanto è consigliato investire in maniera ragionata e senza rischiare troppo denaro in una volta sola.

Gli investimenti sicuri sono altri, come ad esempio i buoni fruttiferi postali (BFP) o i conti di deposito, ma con la giusta strategia è possibile registrare degli interessanti guadagni anche nel mercato azionario, senza ombra di dubbio.

Chem China e Pirelli: perdita o opportunità?

Chem China e Pirelli: perdita o opportunità?

E’ notizia di qualche mese fa che gli azionisti Pirelli hanno approvato una serie di misure in occasione della riunione del 15 febbraio relativamente alla fusione tra la China National Chemical Corp. (ChemChina) e l’azienda milanese, prendendo decisioni che hanno portato le due aziende a fare un passo in più verso la realizzazione di questo obiettivo.

Tra le misure approvate c’è stata la conferma dei dirigenti ChemChina: Ren Jianxin, Bai Xinping, Ze’ev Goldberg, Yang Xingqiang, Tao Haisu, Wang Dan e Zhang Junfang come amministratori della nuova società.
Ren Jianxin, 58 anni, è il presidente di ChemChina dal dicembre 2014 ed è stato deciso, lo scorso ottobre 2015, che sarebbe dovuto diventare anche presidente Pirelli.

Marco Tronchetti Provera, 66 anni, presidente dell’azienda milanese dal 1992 e fino al 2015, continuerà ad essere il presidente esecutivo e amministratore delegato.

Sempre in quell’occasione, l’assemblea ha anche approvato il progetto di fusione che porta la Marco Polo Industrial Holding S.p.A. – l’azienda attraverso cui ChemChina ha supervisionato la fusione – ad essere incorporata in Pirelli stessa.

Altre misure approvate sono state la conversione obbligatoria delle azioni di risparmio in circolazione in azioni di classe speciale di nuova emissione, senza diritto di voto, e in una serie di azioni non quotate.

Analizziamo ora la mossa da un punto industriale: l’imprenditore Tronchetti Provera ha fatto bene a prendere questa decisione o no? Essendo lui l’unico artefice della scelta, su di lui vanno meriti o demeriti?

Considerando che Pirelli, nel corso degli anni, anche a causa di una situazione italiana che non favorisce l’imprenditorialità, ha avuto dei problemi a crescere così tanto come altri concorrenti europei e non, molti pensano che alla fine sia stata una scelta sensata. Meglio vendere ad un’azienda cinese come Chem China, che si occupa di altro e che con questa acquisizione può espandere il suo business, avendo tutto l’interesse a mantenere il marchio (che, tra l’altro, è famoso perché è fornitore unico degli pneumatici per le macchine di Formula 1 e perché è sulle maglie dell’Inter, squadra molto amata in oriente), che lasciare comprare l’impresa ad aziende concorrenti che avrebbero potuto far scomparire il brand. Quello si che sarebbe stato un peccato.

La comunità cinese in Italia

La comunità cinese in Italia

La comunità di cinesi in Italia è cresciuta rapidamente negli ultimi dieci anni. Le statistiche ufficiali indicano che ci sono almeno 320.000 cittadini cinesi in Italia, anche se queste cifre non tengono conto dell’immigrazione clandestina, degli ex cittadini cinesi che hanno acquisito la cittadinanza italiana e degli italiani di origine cinese.

Secondo un’analisi risalente al 2010 condotta dal CESNUR e dall’Università di Torino nella comunità cinese del capoluogo piemontese, il 48% dei cinesi è donna, il 30% minore di 18 anni.

La maggior parte dei cinesi in Italia – e la quasi totalità della comunità di Torino – provengono dalla provincia sud-est di Zhejiang, in primo luogo dalla città di Wenzhou. La comunità di Torino è la più giovane rispetto ad altri insediamenti cinesi in Italia e dipende dalla comunità di Milano.

La storia tra cinesi ed Italia non è stata sempre di calma e tranquillità, come ad esempio quando nel 2007 alcuni cinesi protestarono per le strade di Milano a causa di eccessiva discriminazione, secondo loro, mentre lo stesso anno la città di Treviso ha ordinato ai negozi cinesi di togliere le lanterne fuori perché “troppo orientali”.

Ci sono poi alcune realtà, come quella di Prato, in Toscana, in cui la comunità cinese entra in diretto contrasto con quella italiana, a causa di un’eccessiva concorrenza professionale, nello specifico nel settore tessile. La città toscana ha, tra l’altro, la più grande concentrazione di cinesi in Italia e in tutta Europa, oltre che la seconda più numerosa comunità cinese in Italia dopo quella di Milano.

Secondo uno studio del CESNUR, è emerso che il 31,6% dei cinesi in Italia è buddista, anche se sembra che molti di meno rispetto al totale abbiano un’identità buddhista cosciente e praticante. In totale, circa un quarto della comunità cinese rispetta la “religione cinese” e solo l’1,1% è taoista. La comunità cristiana cinese invece è pari al 8% circa del totale, di cui il 3,6% cattolici, il 3,3% protestanti e l’1,1% Testimoni di Geova.

Tra le città in Italia dove c’è, ancora oggi, maggiore presenza di comunità cinese troviamo Milano, Prato, Roma, Torino e Firenze. Numeri meno importanti si hanno a Napoli, Venezia e Genova.

Cina e Europa, una storia controversa

Cina e Europa, una storia controversa

Molto è stato detto in passato dei rapporti economici in corso tra Pechino e Bruxelles. Nel corso degli ultimi anni i flussi di commercio tra l’UE e la Cina si sono ampliati notevolmente, con non poche critiche. I populisti hanno utilizzato il crescente deficit commerciale dell’UE con la Cina per accusare Pechino di mercantilismo e tattiche commercio sleale al fine di attaccare la “fortezza Europea”.

Per sostenere i loro argomenti, essi hanno intenzionalmente escluso dai discorsi ogni riferimento alle esportazioni record dell’UE verso la Cina, che hanno creato milioni di posti di lavoro. Hanno anche rifiutato di riconoscere il sostegno della Cina all’UE durante la crisi della zona euro, che ha preso la forma di investimenti diretti e di portafoglio, in titoli sovrani.

Delle relazioni commerciali con la Cina ha beneficiato il PIL europeo, ma ha anche portato ad una certa “distruzione creativa” all’interno dell’UE e soprattutto a dei guadagni netti per alcune nazioni europee e a delle perdite nette per gli stati periferici. Nazioni come la Germania, gli UK e i Paesi Bassi, sono riusciti a espandere il loro commercio con la Cina in modo sostanziale, mentre altre nazioni hanno visto il PIL vacillare. Oltre all’asimmetria strutturale del commercio con la Cina, la posizione economica di molti Stati dell’Unione europea si è deteriorata a seguito della crisi finanziaria globale del 2008. Mentre la Germania e altri Stati sono riusciti a cavarsela, altri hanno affrontato gravi shock economici.

A scapito della coesione politica e della ripresa economica dell’UE, molti gruppi di interesse europei hanno guardato agli Stati Uniti come ancora di salvezza, non riuscendo a capire che la crisi dell’economia statunitense e la conseguente crisi finanziaria globale sono stati dannosi per gli interessi europei. Detto questo, la Cina potrebbe essere un vero e proprio partner commerciale, decisamente migliore, per l’UE, soprattutto in alcuni settori specifici.

Particolarmente importanti si rivelano gli investimenti cinesi in Europa, in Italia ad esempio: soldi che arrivano dalla Cina e “atterrano” nel vecchio continente, una situazione che potrebbe essere “win win”: le aziende europee tornano ad avere denaro per crescere, la Cina investe denaro.

Tonno radioattivo: bufala o realtà?

Tonno radioattivo: bufala o realtà?

Dimenticate quello che avete sentito parlare in questi mesi sul tonno radioattivo che arriva dal Giappone: il sushi si può mangiare senza paura. Questo è quello che gli scienziati dicono relativamente ai pesci che arrivano dal paese nipponico, colpito da una immane tragedia qualche anno fa, che ha portato, tra le altre cose, al disastro nucleare di Fukushima.

Del cesio radioattivo è stato trovato nel pesce del Pacifico, tra cui il tonno rosso di cui i giapponesi sono ghiotti, ma gli esperti dicono che i livelli dell’isotopo radioattivo sono di gran lunga al di sotto della soglia minima per creare problemi di salute agli umani. Secondo gli esperti, per poter ricevere un primo danno dalle radiazioni assorbite dal tonno, bisognerebbe mangiarne due tonnellate e mezzo in un anno.

Negli USA, ad oggi, la FDA non ha alcuna prova che i radionuclidi che arrivano dall’incidente di Fukushima siano presenti nella catena alimentare degli Stati Uniti a livelli che potrebbero rappresentare una preoccupazione per la salute pubblica. Questo è vero sia per i prodotti americani che per quelli importati dal Giappone.

Nonostante questo, ci sono molte persone che non credono a quanto detto e cercano delle prove ulteriori. Secondo il Guardian, al largo delle coste della California sarebbe stato trovato pesce contaminato. All’interno della carne del pesce sono stati rilevati 4 becquerel per kg di cesio-134 e 6.3 becquerel per kg di cesio-137. Questo nel 2012, mentre nel 2008 non erano state trovate tracce di becquerel, una chiara prova che quel pesce contaminato viene dal Giappone ed è stato esposto alle radiazioni per circa un mese prima di iniziare il suo viaggio attraverso l’oceano.

In Europa la situazione è all’incirca la stessa e alcuni avevano mosso delle accuse sul tonno in scatola RioMare, che si era detto potesse impiegare pesci contaminati. Le accuse sono poi rientrate.

In ogni caso, anche se gli esperti dicono che non c’è pericolo per la salute, il consiglio è quello di scegliere sempre con estrema attenzione le cose che si mangiano, quello che si porta a tavola. Male sicuramente non fa.

La storia del tonno radioattivo, dunque, è reale, anche se, ad oggi, sembra che siamo al sicuro da rischi per la nostra salute.